Il Mercato delle Erbe di Bologna. Perché?

Contesto geografico del Mercato delle Erbe

Bologna, centro rurale

Bologna fu la prima città dell’Emilia Romagna a dotarsi di un piano regolatore.
Il progetto hausmanniano risale al 1889, anno in cui Piazza Maggiore è già stata sgomberata e forse la realizzazione del Mercato delle Erbe è avviata. L’anno prima era stata riorganizzata Via dell’Indipendenza, anch’essa liberata dalle treccole, per collegare la stazione al centro; nel 1902 sarà concluso l’abbattimento delle mura.
Gli effetti di questa nuova impostazione sono visibili su due fronti: da un lato, la periferia viene agganciata al centro storico; dall’altro, il centro stesso viene modificato tramite gli sventramenti di Via Rizzoli, Bassi e Marconi, proprio attorno all’area del Mercato.
La gestione del piano fu travagliata e osteggiata da chi temeva limitazioni della proprietà privata, ma offrì anche ai ceti interessati un ammodernamento urbano e occasioni di profitto.
Furono promosse anche la riattivazione dell’acquedotto e le linee urbane e suburbane di tramway a cavalli, come quella pensata per Piazza Maggiore.
La storia del Mercato delle Erbe si intreccia anche con i piani regolatori del regime fascista. L’Emilia, importante centro fluviale, stradale e ferroviario, ricopre un ruolo chiave nell’affermazione e nel consolidamento del regime e Bologna è presentata dalla propaganda come “capitale rurale”. Negli anni ’30 le maggiori città emiliane gareggiano a livello urbanistico e Bologna, l’unica a bandire dei concorsi nazionali, diviene un modello da imitare.

 

Contesto urbano

Uno spettacolo indecente

Dal 1859 Piazza Maggiore aveva mutato nome in Piazza Vittorio Emanuele II (avrebbe ripreso la denominazione originaria nel 1945): preludio di una riorganizzazione unitaria degli spazi.
Le 450 treccole erano bancarelle smontabili, costituite da poche stanghe di sostegno, stuoie e tele cerate per proteggere le merci. Vendevano generi alimentari, ma anche stoffe, articoli casalinghi e ferrivecchi. La loro presenza in Piazza, definita “sconcia e deturpante” dalle forze politiche, rendeva indecoroso il centro di Bologna. Non lasciavano spazio alla folla, il chiasso era assordante. Questo spettacolo indecente, anche se sommamente caratteristico, andava soppresso. Oltre alle motivazioni igienico-sanitarie, il sindaco fece presente che la liberazione della Piazza era necessaria per il passaggio della nuova tramvia urbana a cavalli, che prevedeva il capolinea proprio davanti al palazzo del Podestà.

Piazza Vittorio Emanuele prima del 1877Piazza Vittorio Emanuele II prima del 1877.

  Immagine tratta da: https://collezioni.genusbononiae.it/products/dettaglio/8009

 

Contesto socioeconomico

Fra le proteste dei venditori ambulanti

L’esigenza di ordine pubblico si sommava alla volontà di migliorare le precarie condizioni igieniche. L’urgenza di riorganizzare la viabilità e la volontà, da parte della nuova politica post-unitaria, di porre fine a questo retaggio d’antico regime, diedero avvio ai lavori, incalzati anche dalle numerose proteste cittadine.
Si discusse a lungo se mantenere un’unica sede per il mercato. I fautori della divisione miravano a favorire la libera concorrenza fra mercanti; mentre, secondo altri, mantenere tutti i venditori in un’unica area poteva servire a calmierare i prezzi. Non mancavano i sostenitori della sua totale abolizione, in nome di una modernizzazione che avrebbe portato ciascun rivenditore ad aprire una propria bottega.
In un primo momento,  Piazza Malpighi e Piazza Aldrovandi accolsero alcune bancarelle, sotto una semplice tettoia di legno, altre  furono collocate in Via De’ Marchi (oggi S. Francesco). Già nel maggio del 1877 fu inaugurato il Mercato coperto fra Via Clavature e Via Pescherie, oggi chiamato Mercato di Mezzo.
I banchi che non trattavano generi alimentari, i venditori di badili di fronte al Comune o quelli di pentole all’ingresso delle Pescherie Vecchie, si accomodarono in piazza VIII Agosto, dando vita al mercato settimanale della Piazzola, ancora oggi attivo nel fine-settimana.
Due anni dopo il “trasloco”, dei 450 ambulanti ne erano “sopravissuti” circa 200. Il cambiamento aveva avviato un declino e già nel 1879 il mercato di Piazza Aldrovandi venne chiuso. Fu quindi accolta con gioia l’idea di sdoppiare il “grottesco baraccone” (1) con la realizzazione di un secondo spazio coperto: il Mercato delle Erbe. In esso confluirono circa cento banchi alimentari e trentadue negozi fissi, costituendo il nuovo nucleo commerciale della città.

  1. Testoni Alfredo, Bologna che scompare, Bologna: Cappelli editore, 1904, ristampa 1929, p. 41.

Il Mercato delle Erbe in Piazza Vittorio Emanuele prima del 1877

Il Mercato delle Erbe in Piazza Vittorio Emanuele II prima del 1877.

Immagine tratta da: https://collezioni.genusbononiae.it/products/dettaglio/11573

 

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