La vita della Vecchia Pescheria di Rimini

Prodotti commercializzati: la vendita delle poveracce

La pescheria è legata al rapporto dei riminesi con il mare; i pescatori, risaliti al borgo San Giuliano, potevano vendere il pescato a poca distanza dai moli.
È bene considerare che la posizione è probabilmente legata alla tradizione perchè, prima della Pescheria, la vendita del pesce avveniva presso la vicina fontana della Pigna unico punto del centro cittadino dove scorreva l’ acqua corrente.
Con la costruzione della Pescheria e delle sue fontane fu possibile lavare la merce e poi disporla sui bancali.
Era importante la vendita dei molluschi, in particolare delle vongole, dette poveracce, che avveniva in una piazzetta poco distante collegata da un vicolo. A tal proposito, fino alla metà dell’Ottocento, generi poveri come le poveracce, sardine e ranocchie venivano venduti solo ai margini di piazza Cavour perché rifiutati nel mercato della vicina piazza Giulio Cesare. Dal 1878 grazie a una delibera della Giunta Comunale si permise la vendita di questi prodotti circoscritta nella piazzetta San Gregorio, adiacente alla Pescheria, per questo denominata dai cittadini “piazzetta delle poveracce”.
Con gli anni il mercato si è ampliato e le varie attività si svolgevano lungo le vie del centro, partendo dalla piazza adiacente alla Pescheria e arrivando fino a circondare Castel Sismondo.
Immagini storiche della città, mostrano la struttura assalita dalle donne nei giorni di mercato che, con le loro biciclette, qui potevano trovare il pescato del giorno e negozi di ogni genere, tra cui il “Forno della Vecchia Pescheria” e “La Libreria Riminese”, tra le più antiche della città.

Curiosità e aneddoti

L’immagine felliniana delle pescivendole in bicicletta, con una cassa attaccata al manubrio ed una appoggiata al parafango, che percorrevano le vie della città è una delle più suggestive legate alla vecchia pescheria. Donne robuste vestite di nero e di grigio con un fazzoletto annodato sulla nuca si fermavano volentieri a chiacchierare con le massaie, raccontandosi le novità e i pettegolezzi più recenti.
Le pescivendole allora erano le mogli dei marinai ed offrivano nelle loro casse di legno quel poco che il marito aveva pescato. I lunghi banconi di pietra erano i palcoscenici per l’esibizione di ciò che potevano offrire e sapevano bene come pubblicizzarlo: con la furbizia e la provocatorietà che il tempo aveva insegnato loro.
Le pietre dei banchi erano scalfite dai colpi inferti per tagliare i pesci grossi e dal continuo strisciare delle casse colme. L’acqua, attinta alle quattro fontane, serviva per lavare il pesce e per cercare di renderlo sempre lucido; in estate si spezzavano grosse stecche di ghiaccio i cui frammenti si mischiavano al pescato. L’acqua e gli scarti correvano sotto i banconi in un rivolo che era assalito dai gatti della città.
Dalle fonti sappiamo che il prezzo di vendita era segnato direttamente sulle casse e non dalle tre dita della statua del papa benedicente al centro della piazza, come vorrebbe la tradizione popolare che fissava il prezzo delle saraghine (le sardine in dialetto riminese) a tre soldi.
Quando si capitava in centro era d’obbligo passare per la Pescheria per vedere le pescivendole dalla fisicità felliniana con i seni protesi sui bancali mentre sistemavano il pesce per mostrare gli esemplari migliori. Il giro continuava nella piazzetta delle poveracce dove la merce era dentro enormi sacchi di iuta ed il mangiare povero era alla portata di tutti: “Puraz chi li compra, puraz chi li vend, puraz chi li magna”.

Per approfondire:

Gli_acquerelli_di_Giuliano_Maroncelli_La_piazzetta_delle_poveracce

La_Pescheria_Luciano_Liuzzi

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